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Una pietra che profuma di storia… e di incertezze: La statua di San Giovanni “u niuru”

Una pietra che profuma di storia… e di incertezze: La statua di San Giovanni “u niuru”

Quante volte ai ragusani è capitato di posare i propri occhi sulla statua lignea di San Giovanni, ignorando o addirittura misconoscendo letteralmente quella ben più antica, che tra l’altro da giugno a settembre viene esposta sull’altare maggiore alla venerazione dei fedeli? Ma soprattutto chissà quante volte sarà stata formulata la domanda: <<Per quale motivo esistono due statue importanti di San Giovanni? Non ne bastava una soltanto? E perché ogni anno a essere portato in processione è solamente il simulacro ligneo, cioè quello di più recente realizzazione?>>. La risposta è semplice e secca: <<Perché esiste un solo simulacro processionale del Battista>>.

Ma andiamo con ordine. Intorno al 1860 Carmelo Licitra, conosciuto dalle fonti storiche e dai cittadini ragusani dell’Ottocento con l’appellativo di “Giuppinu, venne incaricato dai procuratori della chiesa di San Giovanni, che lo reputavano il più geniale scultore del circondario, di realizzare per la prima volta un simulacro del santo, da portare insieme all’urna reliquiaria in solenne processione per le vie della nuova Ragusa, tra le migliaia di candele votive. La sfida fu per lui molto stimolante, perché la prima cosa che sicuramente rimuginava nella sua mente, era quella di voler sfidare la bellezza dell’antica statua al punto da volerla superare.

Già! L’antica statua di “San Giuanni u niuru”! Quella per cui ogni ragusano, vissuto nei secoli scorsi, aveva riservato un pezzo del proprio cuore! Quella che rimasta indenne alla potenza del terremotu ranni venne rimossa, insieme alle reliquie del santo e a parte degli arredi liturgici, dall’antica chiesa di San Giovanni, oggi Sant’Agnese, per volere di un convinto gruppo di sangiovannari, favorevole alla ricostruzione sul pianoro situato al di sopra della chiesa extra moenia di Santa Maria delle Scale. Tutto ciò che essi trasportarono venne riposto all’interno di un’improvvisata baracca, dove sarebbero continuate tutte le celebrazioni, in attesa che venisse iniziata la nuova fabbrica.

Questa precaria costruzione sorgeva nelle adiacenze del luogo in cui l’allora commissario del Sant’Uffizio, nonché vicario foraneo di Ragusa, don Francesco Paternò Castello, benedisse la posa della prima pietra del nuovo tempio il 14 aprile 1694.

Ma allora se tutto doveva essere costruito ex novo, come mai tutto questo interesse nel volersi portare dietro una statua proveniente dal luogo originario, parzialmente danneggiato dal sisma? Era solamente per un discorso affettivo? Non solo. Questa statua, per questo gruppo di sangiovannari, non era una normalissima statua votiva da piedistallo, bensì la statua che era collocata all’interno della nicchia ricavata sulla parete di fondo dell’altare maggiore, quindi la “statua” del loro amato santo cui era intitolata la chiesa. Statua da nicchia, pertanto, non processionale, come ancora oggi sostiene erroneamente la storiografia locale e tutto questo è avvalorato dal fatto che la parte posteriore risulti non finita, lasciata proprio in modo grossolano. E non può che decadere anche quella leggendaria credenza popolare, tramandata da generazioni, che avvolge tuttavia di fascino la storia di questa statua, secondo cui un fatto inspiegabile caratterizzò una festa di San Giovanni, qualche anno prima che venisse incaricato il Licitra di realizzare la “prima” statua processionale.

Secondo la vox populi, pare che poco prima di essere condotta in processione, divenne talmente pesante da indurre i procuratori della chiesa, i sacerdoti e il popolo incredulo a far prevalere la superstizione, con il risultato di lasciarla al proprio posto perché temevano che si verificasse un altro evento calamitoso.

Se dunque la statua di San Giuanni u niuru non è stata concepita come statua processionale, come si svolgevano le processioni che si snodavano per le vie e i vicoli del quartiere detto “’re Pagghiareddi”, il più popoloso quartiere dell’antica Ragusa, comprendente i quartieri degli Archi, Pirrera e Mocarda e poi successivamente nell’impianto a scacchiera del nuovo abitato?

La prima processione documentata è quella del 24 giugno 1612, festa memorabile per la parrocchia ragusana di San Giovanni, perché furono presenti due reliquie del santo (dente e un frammento osseo), donate qualche giorno prima, in segno di fraterna amicizia,  dall’allora governatore della Contea di Modica Paolo La Restia, che oltretutto  era sangiovannaro fino al midollo.

Nacque in questa particolare circostanza la cosiddetta “Luminaria”, ovvero l’antenata dell’odierna processione con le candele, che accompagnò le due reliquie per le vie dell’antica città e poi per quelle della nuova, anche quando i due preziosi doni del governatore vennero sistemati in modo più solenne nella cassa reliquiaria o arca santa, realizzata nel 1731 da Pietro Paparcuri e Gaspare Garufi.

Ancora oggi viene perorata la convinzione che la materia con cui l’artista concepì questa meraviglia di statua sia la pietra pece, tra l’altro molto comune e utilizzata dalle nostre parti.

Si tratta invece di una semplicissima pietra calcarea bianca che è stata successivamente resa policroma, ma non conosciamo le reali ragioni di questa scelta. Il fatto di utilizzare una colorazione molto scura aveva solamente lo scopo di presentarci un san Giovanni logorato dall’assidua frequentazione del deserto, immagine ricorrente anche per le statue coeve di Vittoria e Chiaramonte Gulfi, benché di legno? Oppure per il semplice motivo di emulare una materia pregiata come il bronzo? O la stessa pietra pece? Ma allora perché non realizzarla direttamente in pece? La scelta di dipingere la pietra è tuttavia un indizio utile per seguire le orme del fantomatico artista che, senza alcun dubbio, non è l’Angelo Recto di cui parlano i non aggiornati manuali e guide di storia locale, secondo cui l’avrebbe realizzata nel 1513.

In verità il primo a soffermarsi su questo sconosciuto scultore fu lo storico locale Eugenio Sortino Trono, che nel suo più importante libro, Ragusa Ibla Sacra, riporta il nome di Angelo Rocchetti o Retto, così come egli stesso lesse nei primi anni del Novecento sul basamento della statua .

Non ci sentiamo di accogliere questa attribuzione, tra l’altro tutta sua, sia perché il cognome non corrisponde, sia perché non sappiamo nemmeno interpretare la data del 1513, come egli fieramente asseriva.

Leggendo attentamente il basamento si ha invece l’impressione che tale “Ancelo Ragetto”, in cerca di immortalità, abbia riportato con palese insicurezza e maldestramente il proprio nome mediante una punta metallica, ovviamente prima che il Sortino Trono vi leggesse. Come poteva il vero artista tramandare il proprio nome ai posteri in questo modo, dopo aver realizzato una fattura così bella? Inoltre, trattandosi di una statua antica, la tradizione voleva che tutti gli artisti, dai pittori agli scultori, in ogni secolo riportassero il proprio nome e la data rigorosamente in latino.

Oltretutto è il caso di fare anche un’analisi stilistica dell’opera per scartare questa erronea data del 1513.

Volendo comparare questa statua di San Giovanni in pietra dipinta ad altre del Cinquecento isolano o anche del circondario, troviamo evidenti differenze.

Innanzitutto sono statue lasciate in pietra naturale che rispettano certamente i dettami imposti dalla statuaria del Cinquecento, come razionalità, linea marcata, contorni a tratti spigolosi […] ma sono prive di anima, di sentimento, cosa che invece non può dirsi per la statua del Battista, la quale è un’opera viva, sembra quasi congelata nella pietra, ha una linea morbida che nello stesso tempo rimarca il torace ossuto, la muscolatura vibrante, in tensione, al punto da sentirne il respiro.

L’impressionante realismo del viso rugoso, dei capelli e della barba finemente lavorati, della pelle di cammello che riveste il corpo e del teatrale panneggio che ricade dal braccio sinistro, fanno di questa statua un’opera del Seicento rispettosa della tradizione iconografica, con il Battista in piedi e col ginocchio destro flesso in condizioni di riposo, che addita con l’indice della mano destra l’Agnello, cioè il Cristo, posto sopra il libro dei sette sigilli trattenuto dalla mano sinistra.

In più è proprio la policromia di questa statua a porci nelle condizioni di tenere prudentemente in considerazione anche uno scultore, Simone Mellini, originario di Caltagirone e vissuto tra la fine del Cinquecento e la seconda metà del Seicento, molto ricercato e attivo tra l’altro nella vicina Chiaramonte Gulfi intorno al 1610/20.

Egli era solito lavorare la pietra con molta abilità per poi dipingerla. Sue sono le statue nell’abside della chiesa di San Giuseppe a Chiaramonte Gulfi, che sono frutto di una mente esperta, matura e che stilisticamente potrebbero avvicinarsi alla nostra, nonostante la grazia, la leggiadria e l’armonia della statua del Battista siano di gran lunga superiori. Crediamo che la strada per ottenere risposte più attendibili sia ancora lontana, ma una cosa è comunque certa: chiunque sia stato l’autore di questa statua, sia che fosse isolano o del circondario, doveva certamente conoscere bene l’anatomia, come d’altra parte la stessa espressività del viso, perché quest’ultimo è talmente eloquente che così come ancora oggi desta in noi l’ammirazione, avrà di certo sortito lo stesso effetto anche nell’animo di Carmelo Licitra, che nel 1860 partì proprio da questo viso per iniziare il suo più grande capolavoro.