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La tenerezza racchiusa in uno sguardo: La pala d’altare di San Giovannino del pittore ennese Paolo Vetri

La tenerezza racchiusa in uno sguardo: La pala d’altare di San Giovannino del pittore ennese Paolo Vetri

Chi è questa graziosa bambina dalle sfarzose vesti, il cui sguardo gentile continua ancora oggi a calamitare l’attenzione non soltanto dei cittadini ragusani? E perché mai è stata raffigurata nel deserto mentre stringe orgogliosamente a sé un agnello, ossia il principale attributo iconografico appartenente a Giovanni il Battista, che tra l’altro è posto accanto a lei? Per dare una risposta a questi interrogativi bisogna tornare indietro di un secolo, nei primissimi anni del Novecento, quando la piccola marchesina Maria Carlotta Schininà, nata a Ragusa nel 1900 e figlia della ben nota Mariannina, guarì inspiegabilmente da una violentissima forma influenzale, che lentamente la stava logorando, per la miracolosa intercessione di san Giovanni Battista.

La gioia incontenibile per la guarigione della figlioletta, indusse la madre a voler manifestare la sua profonda gratitudine e devozione a san Giovanni  in un modo molto particolare.

Decise infatti di voler donare alla parrocchia, come ex voto, una pala d’altare che vedesse raffigurato non soltanto il santo precursore, ma il volto stesso di Maria Carlotta, affinché il ricordo di questo fatto miracoloso potesse essere consegnato anche ai posteri.

L’opera venne commissionata a uno dei pittori italiani più autorevoli e ricercati a cavallo tra Ottocento e Novecento, l’ennese Paolo Vetri (Enna 1865−Napoli 1937), con il quale la famiglia Schininà era già entrata in contatto, visto che nel 1886 dipinse per la stessa chiesa giovannea una pala d’altare raffigurante San Gregorio Magno, ancora oggi custodita nella terza cappella della navata laterale destra.

Un curriculum di tutto rispetto il suo, non soltanto perché fu uno dei più zelanti discepoli del grande pittore napoletano Domenico Morelli, al quale fu oltretutto legato da vincoli familiari per averne sposato la figlia, ma perché fu insignito in tarda età di particolari onorificenze, diventando presidente della Real Accademia di Belle Arti di Napoli, dove tra l’altro studiò e poi insegnò, membro dell’Accademia milanese di Brera e di quella romana di San Luca.

Sempre molto attento alla temperie culturale del suo tempo, orientò tuttavia la sua pittura sia verso il realismo crudo del suo maestro Morelli, ancora carico di ricordi romantici, sia verso la pittura macchiaiola.

Il poeta partenopeo Salvatore Di Giacomo scrisse di lui: <<Vetri è un artista che sa dare alle sue composizioni una squisita purezza di forme, un delicato colore e, sempre, un alito di poesia>>.

Parole perfettamente accostabili anche alla nostra pala d’altare, firmata e datata 1906, dove, sulle rive del fiume Giordano e in un contesto quasi lunare, ma con chiari rimandi al desertico paesaggio della Terra Santa, il volto timido e tenerissimo della piccola marchesina, stretto a quello dell’agnello, contrasta con quello deciso e severo di un giovanissimo Giovanni Battista.

Un‘opera densa di verità e realismo dove si amalgamano colori, trasparenze e tanto sentimento.

Collocata sin da subito sull’altare della cappella detta della Decollazione, per prendere il posto di un’opera perduta raffigurante una scena del martirio, da ben 110 anni, oltre a un fatto realmente accaduto e risoltosi positivamente, racconta una storia permeata di fede e di accesa devozione.