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La spensieratezza di due bambini: Gesù e Giovanni Battista negli stucchi dei Gianforma

La spensieratezza di due bambini: Gesù e Giovanni Battista negli stucchi dei Gianforma

Varcare la soglia della nostra cattedrale comporta ogni volta nuove e mirabili suggestioni: si rimane per esempio rapiti dalla vastità del luogo sacro e dalla sua possanza, dalla bicromia pavimento−colonne, dalla fuga prospettica delle arcate verso il centro, l’essenziale, ossia il banchetto eucaristico (simbologia, quest’ultima, adottata con la costruzione delle prime basiliche paleocristiane).

Alzare poi lo sguardo completa questa magnifica visione: stemmi, cartigli, putti, virtù e angeli catturano l’attenzione e ogni preghiera viene raccolta ed elevata.

Il “Non surrexit  major” (Non è sorto alcuno più grande−Mt 11,11) poi, riportato sul cartiglio posto sull’arco trionfale e orgogliosamente sorretto dagli angeli, non fa che ingigantire la figura del patrono San Giovanni Battista.

Una semplicissima decorazione a stucco diventa pertanto un’autentica e assoluta opera d’arte, ma anche un vero e proprio libro illustrato. Correva l’anno 1776 quando gli stuccatori palermitani Giovanni e Gioacchino Gianforma, allievi dell’immenso stuccatore palermitano Giacomo Serpotta (Palermo 1656−ivi 1732), iniziavano questo superbo e immane lavoro che, come un ricamo, avrebbe ricoperto gran parte delle superfici della nuova ma ancor incompleta chiesa di San Giovanni Battista di Ragusa.

Ci impiegarono ben due anni per terminare l’opera, completa anche di doratura, per una spesa complessiva di ben 105 onze. Una delle raffigurazioni più suggestive su cui bisogna porre l’attenzione è quella contenuta all’interno della lunetta posta sulla sesta campata della navata laterale sinistra, esattamente sul soprarco  che confina con il braccio sinistro del transetto.

È un’immagine tenerissima che vede due bambini, Gesù e Giovanni Battista, in atteggiamenti giocosi e con in mezzo l’agnello. A fare loro da cornice cinque incantati putti a testimonianza di questo lieto e disteso momento e due rami di palma posti sulla parte inferiore.

Ma perché raffigurare insieme Gesù e Giovanni fanciulli, tra l’altro in un normalissimo momento di vita familiare, se i Vangeli canonici nulla riferiscono, per esempio, sull’infanzia del precursore?

In effetti questa è un’iconografia molto ricorrente nel panorama pittorico e scultoreo dell’arte italiana, perché riprende un momento dell’infanzia di Gesù, secondo quanto riportato invece dai Vangeli apocrifi.

Appartenuti alle prime comunità giudaiche col fine di soddisfare la pietà popolare, i Vangeli apocrifi (segreti, nascosti) non essendo ritenuti testi ispirati e pertanto privi di ogni fondamento, secondo il giudizio della Chiesa, ma non per questo insidiosi per la divulgazione della Parola, furono piuttosto il più delle volte una fucina per la creatività degli artisti.

La diffusione di questa iconografia ebbe inizio in pieno Rinascimento attraverso geni assoluti come Leonardo (La Vergine delle rocce, 1483), Michelangelo (Tondo Taddei, 1504−06), Raffaello (Madonna del prato, 1506 e tante altre versioni) e continuò a essere utilizzata e apprezzata nei secoli successivi, per via delle innumerevoli committenze laiche ed ecclesiastiche, grazie anche alla diffusione di repliche e incisioni. Potrebbe essere questo il motivo che spinse i suddetti ideatori e realizzatori di questo grandioso progetto decorativo, a inserire questa fortunata iconografia i cui protagonisti, da grandi, furono indispensabili l’uno per l’altro.