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Il piatto argenteo di San Giovanni Battista: la bellezza di un’iconografia tra incanto e mistero

Il piatto argenteo di San Giovanni Battista: la bellezza di un’iconografia tra incanto e mistero

Quante volte il vostro sguardo si è posato sulla pregevole cassa reliquiaria del nostro patrono San Giovanni Battista, comunemente chiamata dai ragusani “Santa Càscia”? Quante volte l’avete osservata da ogni angolazione, specialmente durante le processioni, ammaliati dalla rifulgenza della sua preziosa materia?

Il motivo prima di tutto non può che essere di natura strettamente connessa alla fede, visto che questo prezioso manufatto custodisce una sacra reliquia del precursore e quelle di altri santi, nonché frammenti della croce del Salvatore. Non si può però non rimarcare l’altro innegabile fattore legato al suo essere un’opera d’arte di inestimabile valore, perché considerata uno dei più straordinari capolavori dell’argenteria siciliana e del patrimonio storico−artistico della nostra città, magistralmente plasmata dalle mani dei messinesi Pietro Paparcuri e Gaspare Garufi nel 1731.

Ma ciò che in particolare non passa mai inosservato si trova sul lato corto anteriore, dove i maestri  messinesi collocarono l’artistico piatto argenteo contenente una commovente testa mozzata di San Giovanni, oltretutto testimonianza pre−terremoto perché proveniente dall’antica chiesa di San Giovanni a Ibla.

L’opera venne infatti realizzata nel 1641 da Paolo e Cesare Aversa, argentieri palermitani operanti a Catania, perché doveva custodire un dente del santo che, insieme a un altro frammento osseo, venne donato alla parrocchia dall’allora governatore della Contea di Modica Paolo La Restia nel 1612.

Un prezioso lavoro di argenteria ideato principalmente come reliquiario per una più sicura conservazione e fruizione e poi, come detto poc’anzi, valorizzato nel secolo successivo per magnificare la fastosa arca santa, che tra l’altro dal 1861 avrebbe accompagnato l’ardita statua del maestro Carmelo Licitra per le vie del nuovo abitato. Il fatto di custodire questo dente “speciale” non poteva logicamente che spingere gli Aversa a concepire una testa argentea interamente lavorata a rilievo e adagiata all’interno di un altrettanto artistico bacile, anch’esso in argento e rame dorato.

Bisogna comunque dire che dietro questo loro ambizioso progetto c’era altresì la velleità di mettere in pratica un’iconografia fondamentalmente nuova nel campo dell’arte orafa, diventando di conseguenza un unicum  in particolare negli Iblei.

Dove pertanto gli Aversa trassero ispirazione per questo straordinario lavoro? A questo interrogativo non vi è risposta e come accade in questi casi, bisogna sempre utilizzare la massima prudenza.

Tuttavia a tal proposito mi viene in aiuto un capolavoro dell’oreficeria fiamminga che ho individuato di recente durante uno dei miei tanti viaggi di studio, precisamente al Museo di Palazzo Madama situato nell’elegante città barocca di Torino.

Trattasi infatti di un piatto da offertorio, su cui è deposta la testa di San Giovanni, realizzato intorno al 1500 da un abile orafo fiammingo in rame sbalzato, cesellato, inciso e indorato, per la confraternita di San Giovanni Battista di Chieri ( TO ) ed entrato a far parte delle collezioni del museo nel 1897.

Qual è quindi il nesso tra questo capolavoro torinese e il nostro? Nessuno. Però un dato prezioso ci viene suggerito dal fatto che la committenza per opere di questo tipo sembra sia scaturita da una particolare devozione per la testa recisa di san Giovanni, diffusasi nel Nord Europa tra il XIII e la fine del XV secolo per via della presenza di una sacra reliquia del suo capo nella cattedrale di Amiens dal 1206, dopo essere stata trafugata durante la quarta crociata del 1204 e consegnata appunto nelle mani del clero di Amiens. Successivamente questa preziosa reliquia, stando alle fonti, venne conservata su un piatto d’argento e coperta da una maschera, anch’essa in argento, riproducente i tratti somatici del Battista.

Sembra pertanto che da questo luogo si sia originata questa particolare iconografia che nel tempo iniziò ad avere un’incredibile diffusione in particolare nel campo dell’oreficeria, con copiose committenze chiesastiche che giungevano in primis dal Nord Italia, come conferma appunto questo pezzo straordinario del Museo di Palazzo Madama. Un’iconografia che, come accade ancora oggi, venne con ogni probabilità esportata tardivamente anche verso l’Italia meridionale, soprattutto mediante la riproduzione di disegni e incisioni che circolavano attraverso le collezioni dei grandi mecenati ma principalmente attraverso  le ricchissime biblioteche degli stessi ordini religiosi. Purtroppo il mistero su come gli Aversa arrivarono a concepire il capolavoro ragusano, eventualmente suggestionati da questa iconografia, continua a rimanere insoluto ma l’unica certezza che abbiamo è il risultato di un eccellente lavoro, frutto di una maturità lavorativa che si unisce a una padronanza conoscitiva in tema di espressioni estreme.

Sembra quasi che abbiano avuto dinanzi ai loro occhi gli attimi convulsi e drammatici subito dopo la decapitazione del figlio di Zaccaria ed Elisabetta. Il capo ormai privo di vita giace tuttavia sereno, come se non avesse conosciuto dolore e sofferenza, simile a una maschera funeraria tipica dell’età micenea dove la terrificante fissità della morte prevale su tutto. Avranno ucciso un uomo intrepido, instancabile e con una missione da portare a termine, ma non le sue idee, ancora oggi riecheggianti nella coscienza di ognuno di noi e come pronte a volersi materializzare nelle ciocche dei capelli di questo capolavoro, così da sovvertire la loro disposizione ordinata e simmetrica sul bacile.