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Le opere d’arte

Un gioiello quaresimale: la “Taledda”

Chiunque abbia modo di varcare la soglia della cattedrale durante il periodo della Quaresima, non potrà non posare immediatamente gli occhi sull’altare maggiore e non rimanere folgorato da una Crocifissione di straordinaria potenza, talmente particolare e imperante in quanto dipinta su un particolare tipo di tela che in gergo siciliano prende il nome di “Taledda”.

Non potendo ancora oggi fare chiarezza sull’origine di questo termine, si potrebbe ipotizzare che esso derivi dalla storpiatura della stessa parola dialettale “tila o tiluni”, tela o telone in italiano, proprio perché la taledda altro non è che una tela di enormi dimensioni sulla quale venivano raffigurate scene della Passione del Signore.

Ogni anno essa ricopriva in altezza parte dell’altare maggiore per tutto il periodo della Quaresima sino alla notte di Pasqua, quando veniva lasciata cadere per scoprire l’immagine del Cristo Risorto, con il conseguente rinnovo del cosiddetto rito della “calata a tila”.

L’idea di utilizzare questo originale supporto potrebbe essere stata desunta in terra lombarda, quando grandi quadroni o teleri vennero realizzati già dal 1602 a Milano, in primis da Giovanni Battista Crespi detto il Cerano (Cerano 1573−Milano 1632), su commissione del cardinale Federico Borromeo, per celebrare le virtù del cardinale Carlo Borromeo, le cui azioni esemplari gli permisero di raggiungere la santificazione nel 1610, con il fine di esporli, così come accade ancora oggi, durante tutto il mese di novembre all’interno del magnifico duomo per onorare questo grande santo. Tuttavia è lecito un ulteriore possibile rimando ai portentosi teleri realizzati tempo prima, in pieno Manierismo, nella Venezia dei dogi, da Jacopo Robusti detto il Tintoretto (Venezia 1518−ivi 1594). Due non trascurabili attinenze che però si differenziano dalla taledda per il fatto di raggiungere uno scopo principalmente celebrativo e non puramente meditativo e decorativo, come invece accadde per questo prodotto artistico che nel Settecento ebbe una straordinaria diffusione principalmente in Sicilia, perché molto richiesto da chiese e ordini monastici. Nel nostro caso specifico stiamo parlando di un manufatto costituito da una stoffa grezza di lino, larga 9 metri e lunga 13, sulla quale il fatto narrato è stato eseguito con una comune pittura a tempera su ben 117 mq di superficie, quest’ultima opportunamente preparata con un’imprimitura.

In base alle ricerche d’archivio non è stato possibile risalire al nome del pittore, mentre lo stesso non può dirsi per la data di esecuzione, che può essere invece circoscritta tra il 1773, anno del completamento dell’abside, e il 1792, anno in cui risulta catalogata tra gli arredi e gli oggetti sacri della cattedrale.

Un dato, questo, assolutamente fondamentale che ci consente di considerarla, senza alcun dubbio, la più antica tra quelle esistenti nella diocesi di Ragusa.

L’ignoto pittore ebbe le idee chiare sin da subito, perché volle raffigurare un tema molto ricorrente nella storia della pittura come la Crocifissione, servendosi oltretutto di un’unica monocromia a tonalità grigia che ne accentua il dramma magistralmente narrato.

Generando un impianto giocato sulla composizione di elementi disposti diagonalmente, come la scala ai piedi della croce, le lance, gli stendardi, ottenne una dinamica disposizione rotatoria dei personaggi che si accalcano attorno alla croce di Gesù, diventando quest’ultima l’asse principale della scena.

Il corpo ormai esanime del Figlio di Dio, raffigurato nella postura del cosiddetto Christus Triumphans (Cristo Trionfante) e con gli occhi rivolti al cielo, sprigiona una forte intensità emotiva particolarmente visibile nello strazio della Vergine trattenuta dall’apostolo Giovanni, così come anche un grave senso di colpa permea lo sguardo di tutta quella moltitudine di gente presente all’evento, attirando altresì la curiosità di altri che accorrono da lontano.

Il convulso movimento dei corpi, visibilmente terrorizzati, apporta un’incredibile confusione, ma nello stesso tempo rende più solenne il momento in cui Gesù dimostra veramente di essere il Figlio di Dio.

La sua morte coinvolge lo stesso paesaggio, quasi fosse anch’esso uno spettatore, la cui placidità sta però per essere insidiata da un cielo carico di nubi, segno di un imminente cambiamento climatico. 

Non c’è dunque spazio per la ragione. In quest’opera prevale soltanto il sentimento. La grande forza espressiva scaturisce infatti da un sapiente uso della luce, che risalta plasticamente i corpi ben definiti dei tre condannati e i panneggi particolarmente elaborati di tutti i presenti, ma bisogna pure dare atto al pittore della celere gestualità con cui diede vita alle forme, proprio come se avesse eseguito un’incisione. Sembra quasi di rivedere, appunto, la magnifica e coinvolgente Crocifissione di Tintoretto, dipinta a Venezia per la Scuola Grande di San Rocco nel 1565. 

Ma per quale ragione si volle raffigurare il momento culminante della Passione di Cristo proprio in una taledda? Qual era il motivo del suo utilizzo?

Essendo un prezioso strumento di divulgazione del messaggio cristiano, a tal punto da essere impiegata in Sicilia già nel Settecento, la taledda sarebbe risultata oltretutto un elemento scenografico innovativo per i cantieri chiesastici del Val di Noto, che in quegli anni acceleravano il processo di ricostruzione post−terremoto secondo gli stilemi del  Tardo Barocco.

Così come avvenne con successo nella Roma barocca, anche nel Val di Noto la Chiesa ebbe il desiderio di far meditare la bellezza di Dio attraverso stupefacenti opere d’arte. Era fondamentale per gli artisti rendere più scenografiche possibili le loro opere per coinvolgere emotivamente lo spettatore.

La taledda rispondeva perfettamente a questa istanza, tanto che la sua collocazione sull’altare maggiore risultava una soluzione felice per far sì che il messaggio potesse essere recepito. Avulsa da quel contesto non avrebbe avuto senso. L’esigenza di far apparire più teatrale e solenne questa Crocifissione portò l’ignoto pittore a impostarla all’interno di una finta e poderosa architettura, al pari di una cornice, costituita nella parte inferiore da due possenti colonne e un architrave munito di volute, ma ignobilmente deturpata mediante un maldestro ritaglio, in seguito ai cambiamenti apportati al presbiterio per consentire il passaggio del celebrante.

Il motivo elaborato dell’architrave, continuando lungo i margini laterali del telone, si trasforma nella sommità in un altro sinuoso frontone con altrettante volute, eguagliando in altezza il reale cornicione dell’abside. Ne scaturisce un unicum architettonico tra finzione e realtà, ma ciò che più sorprende è il modo con cui la taledda, divenendo un vero e proprio apparato scenografico, stravolge l’interno stesso della cattedrale per la sua vistosa imponenza. Non è da scartare pure l’ipotesi che il fine scenografico possa essere stato desunto da tipologie diverse sperimentate nella Roma seicentesca da Gian Lorenzo Bernini, Pietro da Cortona, Carlo Fontana, Carlo Rainaldi, tutti attivamente impegnati nella progettazione e nell’esecuzione di macchine scenografiche, in vista di eccezionali momenti di solennità, come il Giubileo, l’investitura o i funerali dei pontefici, le canonizzazioni, le Quarantore.

Sarebbe certamente illogico paragonare una taledda ad apparati come archi di trionfo e catafalchi, in quanto rispecchiavano lo spirito di grandezza che si percepiva in una città come Roma, desiderosa di riaffermarsi come fulcro della cristianità dopo lo sconquasso luterano. Tuttavia lo straordinario effetto scenografico, studiato accuratamente da questi eccellenti architetti, potrebbe comunque aver avuto successivamente qualche piccola ripercussione sulla realizzazione di questo manufatto siciliano.

Qualunque taledda aveva il potere di attrarre lo sguardo di chiunque si soffermasse a guardarla, non solo per il magnifico spettacolo che essa offriva, ma anche perché la storia narrata era in grado di scuotere le coscienze più ostinate, diventando uno strumento di riflessione sulla morte del Salvatore. “Propter nos homines” (A causa di noi uomini), è l’iscrizione riportata sullo stemma proprio al di sotto della narrazione, per rammentare il prezzo pagato con la propria vita dal Signore Gesù per redimere il genere umano. La sua esposizione lungo tutto il periodo quaresimale diventava, pertanto, ogni anno un momento di aggregazione per l’intera comunità, culminando nel tripudio della notte del Sabato Santo, quando venivano pronunciate le parole del Passio: <<Velum templi scissum est>> (Il velo del tempio si squarciò).

Il momento della “calata a tila” era un appuntamento a cui il popolo non voleva rinunciare per nessun motivo, poiché la visione della statua del Cristo Risorto accresceva enormemente la gioia per la Resurrezione del Signore. A questo proposito non mancano piccoli aneddoti originati dalla superstizione popolare al momento della caduta: se la taledda fosse caduta in modo corretto, ripiegandosi su se stessa, l’annata sarebbe stata favorevole, ma una eventuale caduta disordinata avrebbe preannunciato una cattiva annata. Si può immaginare quello che succedeva in quegli attimi, dove allo spirito di raccoglimento si sostituivano schiamazzi, discussioni e anche disordini.

Fu questa infatti la motivazione che nel 1922 spinse il vescovo di Siracusa, mons. Giacomo Carabelli, a sospendere definitivamente questo rito che purtroppo costituì un grave nocumento nei confronti di queste opere d’arte, le quali vennero il più delle volte riposte nei luoghi più infamanti, dove le uniche creature vittoriose sono la polvere e l’umidità.

Anche la taledda di S. Giovanni non solo non venne sottratta a questo tragico destino ma, secondo la testimonianza oculare di molti, subì l’oltraggio più inenarrabile quando intorno al 1950 venne adoperata per velare l’arcata del battistero della cattedrale, dove Salvatore Cascone stava realizzando gli affreschi.

Fortunatamente l’idea di riutilizzarla e valorizzarla durante il periodo quaresimale ha permesso di far partire, più un decennio fa, un intervento di restauro conservativo e integrativo, grazie al quale sono stati rimossi strappi, bruciature, ricuciture, sporco, vistose lacune, così da riportarla al suo innato splendore dopo una lunga agonia.

La sua esposizione è stata e continua a essere non solo una grande scoperta per le nuove generazioni, che purtroppo non erano al corrente della sua esistenza, ma anche un vanto per il patrimonio storico−artistico della città di Ragusa e, in primis, della cattedrale, che ha così potuto aggiungere un altro gioiello ai suoi beni.

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