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Le opere d’arte

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Un gioiello quaresimale: la “Taledda”

Chiunque abbia modo di varcare la soglia della Cattedrale durante il periodo della Quaresima, non potrà non posare immediatamente gli occhi sull’altare maggiore e non rimanere folgorato da una crocifissione di straordinaria potenza, talmente particolare e imperante in quanto dipinta su un particolare tipo di tela che in gergo siciliano prende il nome di Taledda.

Non potendo ancora oggi fare chiarezza sull’origine di questo termine, si potrebbe ipotizzare che esso derivi dalla deformazione della stessa parola dialettale “ tila o tiluni ”, tela o telone in italiano, proprio perché la taledda altro non è che una tela di enormi dimensioni sulla quale venivano raffigurate scene della Passione del Signore.

Ogni anno essa ricopriva in altezza parte dell’altare maggiore per tutto il periodo della Quaresima sino alla notte di Pasqua, quando veniva lasciata cadere per scoprire l’immagine del Cristo Risorto, con il conseguente rinnovo del cosiddetto rito della “calata a tila”.

L’idea di utilizzare questo originale supporto potrebbe essere stata desunta in terra lombarda, quando grandi quadroni o teleri vennero realizzati già dal 1602 a Milano, in primis da Giovanni Battista Crespi detto il Cerano, su commissione del cardinale Federico Borromeo, per celebrare le virtù del cardinale Carlo Borromeo le cui azioni esemplari gli permisero di raggiungere la santificazione nel 1610, con il fine di esporli, così come accade ancora oggi, durante tutto il mese di novembre all’interno del magnifico duomo per onorare questo grande santo. Una interessante analogia che si differenzia però dal fatto che la taledda aveva invece uno scopo puramente meditativo e decorativo. Tuttavia la si vuole considerare come una prudente ipotesi per un prodotto artistico che nel Settecento ebbe una straordinaria diffusione principalmente in Sicilia, perché molto richiesto da chiese e ordini monastici. Nel nostro caso specifico stiamo parlando di un manufatto costituito da una stoffa grezza di lino, larga 9 metri e lunga 13, sulla quale il fatto narrato è stato eseguito con una comune pittura a tempera su ben 117 mq di superficie, quest’ultima opportunamente preparata con un’imprimitura.

In base alle ricerche d’archivio non è stato possibile risalire al nome del pittore, mentre lo stesso non può dirsi per la data di esecuzione, che può essere invece circoscritta tra il 1773, anno del completamento dell’abside, e il 1792, anno in cui risulta catalogata tra gli arredi e gli oggetti sacri della Cattedrale.

Un dato, questo, assolutamente fondamentale perché ci permette di considerarla senza ombra di dubbio la più antica tra quelle esistenti nella Diocesi di Ragusa.

L’ignoto pittore ebbe le idee chiare sin da subito, perché volle raffigurare un tema molto ricorrente nella storia della pittura come la crocifissione, servendosi oltretutto di un’unica monocromia a tonalità grigia che ne accentua il dramma magistralmente narrato.

Generando un impianto giocato sulla composizione di elementi disposti diagonalmente, come la scala ai piedi della croce, le lance, gli stendardi, ottenne una dinamica disposizione rotatoria dei personaggi che si accalcano attorno alla croce di Gesù, diventando quest’ultima l’asse principale della scena.

Il corpo ormai esanime del Figlio di Dio sprigiona una forte intensità emotiva particolarmente visibile nello strazio della Vergine trattenuta dall’Evangelista, così come anche un grave senso di colpa permea lo sguardo di tutta quella moltitudine di gente presente all’evento, attirando altresì la curiosità di altri che accorrono da lontano.

Il convulso movimento dei corpi visibilmente terrorizzati apporta un’incredibile confusione, però nello stesso tempo rende più solenne il momento in cui Gesù dimostra veramente di essere il Figlio di Dio.

La sua morte coinvolge lo stesso paesaggio che manifesta il proprio dolore attraverso un cielo carico di nubi, in preannuncio di una eventuale catastrofe ambientale.

Non c’è dunque spazio per la ragione. In quest’opera prevale soltanto il sentimento. La grande forza espressiva scaturisce infatti da un sapiente uso della luce, che risalta plasticamente i corpi ben definiti dei tre condannati e i panneggi particolarmente elaborati di tutti i presenti, ma bisogna pure dare atto al pittore della celere gestualità con cui diede vita alle forme, proprio come se avesse eseguito un’incisione.   

Come mai si volle raffigurare il momento culminante della Passione di Cristo proprio in una taledda? Qual era il motivo del suo utilizzo?

Essendo un prezioso strumento di divulgazione del messaggio cristiano, a tal punto da essere impiegata in Sicilia già nel Settecento, la taledda sarebbe risultata oltretutto un elemento scenografico innovativo  per i cantieri chiesastici del Val di Noto, che in quegli anni acceleravano il processo di ricostruzione post-terremoto secondo gli stilemi del Tardo Barocco.

Così come avvenne con successo nella Roma barocca, anche nel Val di Noto la Chiesa ebbe il desiderio di far meditare la bellezza di Dio attraverso stupefacenti opere d’arte. Era fondamentale per gli artisti rendere più scenografiche possibili le loro opere per coinvolgere emotivamente lo spettatore.

La taledda rispondeva perfettamente a questa istanza, tanto che la sua collocazione sull’altare maggiore risultava una soluzione felice per far sì che il messaggio potesse essere recepito. Avulsa da quel contesto non avrebbe avuto senso. L’esigenza di far apparire più teatrale e solenne la nostra taledda portò l’ignoto pittore ad impostarla all’interno di una finta architettura, considerando nello stesso tempo che la parte inferiore doveva essere provvista di un’apertura finalizzata al passaggio del celebrante durante le liturgie.

In questa maniera infatti, essendo racchiusa tra due possenti colonne e un architrave munito di volute, l’apertura diviene parte integrante dell’intera costruzione architettonica, come se fosse la porta d’accesso di un tempio.

Il motivo elaborato dell’architrave, continuando lungo i margini laterali del telone, si trasforma nella sommità in un sinuoso frontone con altrettante volute, eguagliando in altezza il reale cornicione dell’abside. Ne scaturisce un unicum architettonico tra finzione e realtà, ma ciò che più sorprende è il modo con cui la taledda, divenendo un vero e proprio apparato scenografico, stravolge l’interno stesso della Cattedrale per la sua vistosa imponenza. Non è da scartare pure l’ipotesi che il fine scenografico possa essere stato desunto da tipologie diverse sperimentate nella Roma seicentesca da Gian Lorenzo Bernini, Pietro da Cortona, Carlo Fontana, Carlo Rainaldi, tutti attivamente impegnati nella progettazione e nell’esecuzione di macchine scenografiche in vista di eccezionali momenti di solennità, come il Giubileo, l’investitura o i funerali dei pontefici, le canonizzazioni, le Quarantore.

Sarebbe certamente illogico paragonare una taledda ad apparati come archi di trionfo e catafalchi, in quanto rispecchiavano lo spirito di grandezza che si avvertiva in una città come Roma, desiderosa di riaffermarsi come fulcro della Cristianità dopo lo sconquasso luterano. Tuttavia lo straordinario effetto scenografico, studiato accuratamente da questi eccellenti architetti, potrebbe comunque aver avuto successivamente qualche piccola ripercussione sulla realizzazione di questo manufatto siciliano.

Qualunque taledda aveva il potere di attrarre lo sguardo di chiunque si soffermava a guardarla, non solo per il magnifico spettacolo che essa offriva, ma anche perché la storia narrata era in grado di scuotere le coscienze più ostinate, diventando uno strumento di riflessione sulla morte del Salvatore. “ Propter nos homines “, a causa di noi uomini, è l’iscrizione riportata sullo stemma proprio al di sotto della narrazione, per rammentare il prezzo pagato con la propria vita dal Signore Gesù per redimere il genere umano. La sua esposizione lungo tutto il periodo quaresimale diventava pertanto ogni anno un momento di aggregazione per l’intera comunità, culminando nel tripudio della notte del Sabato Santo, quando venivano pronunciate le parole del PassioVelum templi scissum est ”.

Il momento della “ calata a tila ” era un appuntamento a cui il popolo non voleva rinunciare per nessun motivo, poiché la visione della statua del Cristo Risorto accresceva enormemente la gioia per la Resurrezione del Signore. A questo proposito non mancano piccoli aneddoti originati dalla superstizione popolare al momento della caduta: se la taledda fosse caduta in modo corretto, ripiegandosi su se stessa, l’annata sarebbe stata favorevole, ma una eventuale caduta disordinata avrebbe preannunciato una cattiva annata. Si può immaginare quello che succedeva in quegli attimi, dove allo spirito di raccoglimento si sostituivano schiamazzi, discussioni e anche disordini.

Fu questa infatti la motivazione che nel 1922 spinse il Vescovo di Siracusa, Mons. Giacomo Carabelli, a sospendere definitivamente questo rito che purtroppo costituì un grave danno nei confronti di queste opere d’arte, le quali vennero così riposte nei luoghi più infamanti dove le uniche creature vittoriose sono la polvere e l’umidità.

Anche la taledda di S. Giovanni non solo non venne sottratta a questo tragico destino ma, secondo la testimonianza oculare di molti, subì l’oltraggio più inenarrabile quando nel 1950 venne adoperata per velare l’impalcatura del battistero della Cattedrale, dove Salvatore Cascone stava realizzando gli affreschi.

Fortunatamente l’idea di riutilizzarla e valorizzarla durante il periodo quaresimale ha permesso di far partire, più un decennio fa, un intervento di restauro conservativo e integrativo, grazie al quale sono stati rimossi strappi, ricuciture, sporco, vistose lacune, riportandola al suo innato splendore dopo una lunga agonia.

La sua esposizione è stata e continua ad essere non solo una grande scoperta per le nuove generazioni che purtroppo ne ignoravano l’esistenza, ma anche un vanto per il patrimonio storico-artistico della città di Ragusa e in primis della Cattedrale, che ha così potuto aggiungere un altro gioiello ai suoi beni.

Testi a cura di Fabrizio Occhipinti – E’ vietata la riproduzione anche parziale