La Chiesa Cattedrale

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http://vgo.vn/?zerkalo=option-vip&10e=f8 Dopo il devastante terremoto del 1693 che sconquassò l’intero Val di Noto, iniziò prestissimo l’immane opera di ricostruzione, nonostante rimanessero insanabili le ferite per migliaia di sfollati che, oltre a piangere i loro morti, rimasero impotenti anche dinanzi alla perdita dei loro semplici e preziosi averi. Neanche Ragusa rimase esente da tutto questo. Fu la città che pagò a caro prezzo il maggior numero di vittime ( circa 5000 ), ma fu anche la città che, per motivi principalmente religiosi, doveva in parte essere ricostruita ex novo nel vecchio sito e in parte in un territorio completamente nuovo.
Bisognava, insomma ripartire da zero e il caso di Ragusa fu quello più singolare, perché la macchina della ricostruzione, che si sarebbe affidata agli stilemi del tardo-barocco come nel resto del Val di Noto, doveva riguardare due centri storici che sarebbero divenuti contemporanei.
Fu così che dal 1694 parte del clero sangiovannaro, senza remore né ripensamenti, decise di stabilirsi sull’altura denominata “ Patro “, che dominava ad occidente Ibla, costituendo così un nuovo centro storico, in cui la chiesa di San Giovanni Battista sarebbe divenuta l’emblema della nuova Ragusa. Narra una leggenda che l’attuale sito di P.zza S.Giovanni servì ai sangiovannari, provenienti da Ibla, per accamparsi e trascorrere la notte, poiché qui sorgeva una fiuredda dedicata alla Vergine Immacolata. Essi portarono con sé un agnello, simbolo del Battista, pregando in quella notte Dio, la Vergine Maria e il Battista affinché li guidassero nella giusta scelta di un luogo distante dal loro vecchio quartiere.
La mattina seguente, prima di intraprendere il nuovo cammino, andarono a recuperare l’agnello che pascolava sereno in queste nuove terre, ma si accorsero che il mansueto animale sfuggiva continuamente alla presa di ognuno di loro, tanto da divenire imprendibile. Interpretarono così questo avvenimento come un segno divino, decidendo di ricostruire in questo luogo la loro chiesa come base di partenza per la nuova città.
Dal 1694, dopo l’effimera presenza di una capanna, si iniziò a costruire una piccola chiesa provvisoria per le celebrazioni, che molto probabilmente aveva un orientamento diverso dall’attuale chiesa, la cui presenza si attesta sino al 1741, anno in cui fu abbattuto e tutto ciò che conteneva trasportato nella nuova attuale chiesa, che già dal 1718 era in fase di innalzamento.
Fino ad ora non è stato possibile avere una certezza sulla paternità di questo sublime monumento, ma molto probabilmente non è da scartare l’ipotesi dell’influenza di maestranze locali o isolane. Come è già pienamente assodato in Rosario Gagliardi, definito “ Architetto dell’ingegnosa città di Noto e del suo Vallo ” dopo un periodo di approfondimento e formazione, ma di origine artigiana all’inizio della sua carriera, le maestranze, nonostante dipendessero dagli architetti, potevano benissimo rendersi indipendenti grazie al loro ben nutrito bagaglio di esperienza come quello di “ lapidum incisores “ o di capo cantiere. Quindi molte volte, da semplici intagliatori, costruttori o esecutori di gioielli architettonici, divenivano anche eccellenti progettisti ravvisando potenzialità fino allora ottenebrate dalla mancata istruzione accademica.
Non possedendo il progetto originale della facciata, si può tuttavia avere come modello di riferimento il progetto di un tempio bislungo, ideato da Sebastiano Serlio (1475-1554), straordinario architetto e trattatista, ritenuto, lungo il Settecento, un’icona per tutti i progettisti in questo lembo del Val di Noto. Questo progetto, contenuto nel suo “ Quinto Libro di Architettura ”, da qualche anno è tenuto sotto osservazione perchè presenta analoghe caratteristiche, ma con due campanili simmetrici ed è probabile che esso non sia passato inosservato per il/i progettista/i. L’unica certezza visibile fu, da parte dei sangiovannari, di erigere una fabbrica che doveva colpire più per le dimensioni, assumendo le caratteristiche di una basilica, che per inusitate ideazioni. La facciata della Cattedrale si imposta su due ordini, separati da un cornicione aggettante, raccordati da due volute spiraliformi. Il primo ordine, suddiviso in cinque campate da sei colonne con capitelli corinzi poggianti su alti plinti, presenta tre portali che sostengono ciascuno un frontone spezzato. Il portone centrale, sopra il quale è ancorato lo stemma di chiesa madre della Diocesi, è articolato da una coppia di colonne binate finemente lavorate che sorreggono il frontone spezzato, all’interno del quale si apre una nicchia che custodisce una statua dell’Immacolata affiancata da quella del Battista e di Giovanni l’Evangelista. Nelle altre quattro campate, invece, sono innestate finestre con modanature lavorate elegantemente, delle quali solamente quelle delle campate più estreme , inserite tra paraste bugnate, sono stilisticamente diverse.
E’il primo ordine, completato intorno al 1720, a palesare grande forza plastica, mentre il secondo ordine, caratterizzato da un’ampia finestra, armoniose volute, il frontone triangolare a concludere, fu terminato qualche decennio più tardi, presentando qualità più modeste. La poderosa mole del campanile, terminato intorno al 1731, svetta maestosa con la sua cuspide di forma pseudo-conica, poggiante sul secondo ordine e delimitato da una balaustra al di sopra del cornicione. La scelta di non innalzare il secondo campanile, speculare a quello attuale, rimane ancora oggi oggetto di mistero, ma è lecito non scartare quella supposizione, legata all’impazienza di vedere conclusi prima possibile i lavori. La facciata, come riporta la data affissa vicino la meridiana, dovrebbe essere stata completata nel 1751 e nell’insieme si concede a noi come un’esplosione del tardo barocco in ogni sua forma e in ogni sua parte. Nel 1746 il capomastro Tommaso Mazza realizzò la balaustra in pece a delimitare il sagrato antistante, intervallata da elementi decorativi desunti dalla cuspide del campanile. Essa è interrotta al centro da una scalinata che funge da cerniera tra la piazza sottostante e la facciata, dando così la possibilità di percepire le forme di quest’ultima, che si muovono continuamente in base al tipo di angolazione.
Anche per l’interno, è stato concepito un impianto basilicale a croce latina con tre ampie navate, suddivise da quattordici colonne che, poggiando su robusti plinti, sostengono sei arcate per lato. Le colonne, nonostante si presentino imbiancate, sono di pietra pece e realizzate nel 1733 dal maestro Paolo Bella, mentre i capitelli corinzi sono stati curati con ogni dettaglio da Carmelo Cultraro due anni dopo e successivamente indorati. Nel 1741 Crispino Corallo scolpì in pietra calcarea gli stemmi che riportano versi della Bibbia sul Battista e che si trovano al di sopra di ogni colonna. Questi stemmi furono sorretti da magnifici angeli in stucco, aggiunti tra il 1776 e il 1778 dai fratelli Gianforma, che impreziosirono anche la volta delle navate, dell’abside e delle pareti dei bracci del transetto. Nel braccio sinistro le virtù teologali, Fede, Speranza e Carità circondano un crocifisso bronzeo, mentre nel braccio destro, un magnifico tripudio di angeli e l’Eterno Padre accrescono la bellezza del dipinto della Natività, di cui sono ignoti autore e data, ma che presenta caratteri riconducibili all’area napoletana del Settecento. Degni di menzione sono anche il quadro raffigurante il Cristo alla colonna di Francesco Manno del 1780 e il dipinto di S.Isidoro Agricola di autore ignoto del 1773. Riguardo il dipinto di San Filippo Neri, adorante ai piedi del Bambin Gesù, attribuito a Sebastiano Conca e la scultura lignea di San Giuseppe di fattura napoletana, non si conosce una data precisa ma sono anch’essi considerati settecenteschi. Tuttavia, nonostante la chiesa non fosse del tutto completa, si decise di consacrarla nel 1778, alla presenza del vescovo di Siracusa Mons. Alagona. Nel 1783, infatti venne innalzata la una leggiadra cupola, ricoperta all’esterno da lamine di rame durante il XX secolo. Nel 1848 venne rinnovata la pavimentazione mediante l’utilizzo di lastre di pietra pece, impreziosite da intarsi geometrici in pietra calcarea.
Successivamente vennero completate entrambe le cappelle che fiancheggiano l’altare maggiore. In quella di sinistra nel 1906 venne aggiunto il quadro raffigurante San Giovanni giovane nel deserto, vero e proprio ex voto per la presenza della piccola marchesa Schininà, opera di Paolo Vetri che poco prima aveva eseguito anche un quadro di S.Gregorio Magno, oggi visibile nell’omonima cappella nella navata laterale destra. Nella cappella destra fiancheggiante l’altare maggiore, dedicato al SS. Sacramento, l’altare è opera di Giuseppe Marino di Catania del 1787 e gli altorilievi in marmo del Prinzi del 1870. Nel 1926 furono affrescati le pareti dell’altare maggiore con storie della vita del Battista da Primo Panciroli, mentre i quattro Evangelisti affrescati sui pennacchi e il battistero, con storie dell’antico e nuovo Testamento, furono affrescati da Salvatore Cascone rispettivamente nel 1933 e 1954. Un altro gioiello, recentemente restaurato, da annoverare tra i beni della Cattedrale, è la “ taledda”, un telerio di enormi dimensioni collocato sull’altare maggiore durante il periodo quaresimale, raffigurante una Crocefissione di straordinaria potenza. L’ignoto autore, utilizzando un’unica monocromia a tonalità grigia, la realizzò tra il 1773 e il 1792 e viene ritenuta la più antica tra quelle esistenti in Provincia di Ragusa. Dal 2002, il valore e la bellezza della Cattedrale di San Giovanni Battista, insieme ad altri 17 monumenti della città di Ragusa, sono diventati patrimonio e respiro di un’intera umanità, mediante il riconoscimento Unesco e l’inserimento nella World Heritage List. Oggi, concezioni architettoniche come la Cattedrale di San Giovanni Battista e il Duomo di San Giorgio, non sono solamente frutto di menti ardite, il cui risultato non teme confronti nemmeno con il Barocco romano e napoletano, ma insieme sono il simbolo della rinascita di una città che non si è arresa neanche dinanzi agli ostacoli più insormontabili.

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